Sono solo una scrittrice di campagna

Avrei dovuto fare la farmacista…

avrei dovuto fare farmacia

Ho scritto più di cento libri, e ancora, come mi ha spesso ripetuto una persona, in passato, non me ne rendo bene conto.

Ho intrapreso una lotta titanica con la mia famiglia, perché volevo fare la scrittrice, ed ho perso.

I genitori, per definizione, sono animati da buone intenzioni, ma spesso sono degli “innocenti assassini”, come ho scritto in “Focaccia e altre estasi”.

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I miei avevano già deciso a tavolino la mia vita: avrei studiato ragioneria, mi sarei laureata in farmacia, loro mi avrebbero comperato una farmacia e io mi sarei arricchita, assicurando loro una serena e pacifica vecchiaia da benestanti.

Sono stata una delusione su tutti i fronti. Avrei voluto fare il classico, ma mio padre me lo impedì (lui non ci era riuscito…) così mediai per l’istituto magistrale (la scuola degli asini, come la definivano i miei).
Poi, all’università, scelsi Lettere, e nel contempo, iniziai a scrivere su un sacco di riviste e giornali perché volevo diventare giornalista.

Prima di morire, mio padre mi disse che ero una fallita. Gli risposi che avevo pubblicato un sacco di libri.
Con il suo feroce sarcasmo, mi fece notare che guadagnavo come una donna di servizio e che ero solo un’inutile intellettuale di merda.

Ancora oggi, quando incontro qualcuno che si complimenta con me per qualcosa che ho scritto, mi sento imbarazzata, come se non meritassi quelle lodi, e ringrazio il lettore allo sfinimento. Perché è solo grazie ai lettori, a voi, amici lettori, che mi sento viva, che trovo la forza di andare avanti, che non mi sento una fallita…

 

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