Le Anziane Ragazze e il tempo dell’aceto balsamico

Le Anziane Ragazze

Quando nacque mia nonna, nel 1911, erano sette. Era tradizione, infatti, regalare una “batteria” di botti da aceto balsamico a ogni figlia, in dote. Da allora sono rimaste in tre.

Per i puristi dovrei ampliare e diversificare la batteria, aggiungendo almeno un caratello, poiché tre sono poche, ma io sono sola, e non mi serve produrre aceto in quantità esagerate. Me ne bastano un paio di litri all’anno, per me e i miei amici più cari.
La botte mediana ha più di settant’anni (la “madre” è quella sistemata lì per la nascita di mia madre, nel 1935) mentre la più piccola è la mia. È giovane, ha solo una cinquantina d’anni.

Le tre anziane ragazze mi hanno sempre seguita nelle mie peregrinazioni.

Spesso mi fermo a guardarle e nelle doghe di legno annerite ritrovo momenti della mia infanzia.
Non ho mai creduto, da piccola, che si potesse condire l’insalata con qualcos’altro che non fosse aceto balsamico. Anche quando andavamo al mare mia madre preparava una boccettina da viaggio piena del prezioso liquido.
Assieme all’infanzia se ne vanno anche le illusioni, e da adolescente, appena arrivata in Lombardia, scoprii che per il mondo l’aceto era l’altro, quello che le donne di casa usavano per i peperoni forti da conservare nei vasi, per pulire i tappeti e per sciacquarmi i capelli.

L’aceto balsamico è comunque rimasto una presenza quieta e discreta nella mia vita. A Milano prima, poi su in Valle, in un luogo decisamente ostile. Ma le anziane ragazze non si sono mai lamentate e hanno continuato la loro paziente opera di affinamento dell’oro nero, che custodivo gelosamente in biblioteca, poiché non avevo un sottotetto adatto.

A volte mi soffermo a guardare le vecchie botti e penso al tempo.
Il tempo dell’aceto balsamico si misura in anni, decenni, ed è in netto contrasto con il nostro tempo umano, stritolato, frettoloso, impaziente, nevrotico.

Il liquido denso e scuro che spande il suo profumo non appena apro la porta mi dà la finitezza del nostro essere umani, travolti dalle passioni materialiste, in corsa verso il nulla, verso beni materiali, verso una civiltà che non ci appartiene più.
Ma quando chiudo la porta dell’acetaia sono più serena, mi sento ricollegata con una tradizione antica, con un tempo fuori dal tempo, nel quale la vita era scandita dal ritmo circolare e flemmatico delle stagioni e del mutare immutabile delle lunazioni.
Ora che sono tornata a casa, anche loro sembrano più rilassate. Chissà che non cambino anche i profumi, i sapori…