Il giardiniere che vorrei essere

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Il giardiniere che vorrei essere è quello che coltiva il proprio giardino come un sogno.

Una buona relazione con il mondo naturale è veramente utile non solamente al corpo, ma soprattutto all’anima. Sono stati spesi fiumi d’inchiostro per parlare del bisogno filosofico dell’uomo di interagire con la natura, che si è manifestato nel corso della storia nei giardini, nella costruzione di spazi che di naturale non avevano proprio nulla, ma erano un monumento alla supremazia dell’homo sapiens sul creato, come la Bibbia insegna.

Dall’inizio del tempo ogni luogo e ogni periodo hanno avuto un determinato tipo di giardino, letto come simbolo del paradiso terrestre, come sfida alla natura, come luogo d’amori cortesi, come oasi di riposo, come isola di meditazione, come specchio della propria anima, come uno spazio nel quale l’idea viene trasformata in realtà.

Mi è capitato di ammirare bellissimi giardini come quello di Versailles, di alcuni castelli della Loira, di varie parti d’Europa, ed ho potuto constatare come quei luoghi fossero estremamente artificiali, frutto solamente della volontà umana di dominare il mondo naturale. È lo stesso sentimento che provo anche quando vedo qualche bel cespuglio tagliato in modo assurdo: l’arte topiaria è l’assassinio della bellezza naturale. Ma molti non sono d’accordo con me.

Non si può comandare al sogno, così come non si può comandare al giardino.

Basta una brezza, un leggero frullare di ali, e subito i semi s’insinuano dove noi non vorremmo. Le erbacce sfidano la nostra pazienza.
Così, vorrei essere un giardiniere paziente che rispetta l’opera della natura, ma che dice la sua, forte di un senso estetico sviluppato in millenni di ammirazione del bello e di un sapere simbolico che si traduce in azione: estirpare, potare, trapiantare.

foto http://www.gardenvisit.com/garden/versailles